Felice Levratto, lo sfondareti

È giunta fino ad oggi, intatta, la storia leggendaria di un giocatore formidabile attivo negli anni Dieci e Venti del secolo scorso. Un centravanti mancino dotato di un tiro talmente potente da sfondare la rete in più occasioni. Una figura quindi indimenticabile ed affascinante, intramontabile. Questa è la storia di Felice Levratto.

Virgilio Felice Levratto nasce a Carcare, piccolo paesino di cinquemila anime in provincia di Savona, il 26 ottobre 1904. Per motivi di lavoro, la famiglia si trasferisce a Vado Ligure. Nonostante le perplessità del padre, che non concepisce lo stipendio guadagnato giocando a calcio, il giovanissimo Felice diventa professionista con il Vado, dopo aver vestito le maglie di Savoia e Lampos. Inizialmente viene schierato come mezzala o ala sinistra. Militando nel Vado, gioca il campionato di promozione e vince la prima edizione della Coppa Italia nel 1922.

La finale contro l’Udinese viene decisa proprio da una sua rete. Al 127° minuto: proprio così! Infatti, all’epoca esistevano i supplementari ad oltranza e non ancora i calci di rigore per decidere un match. Levratto inizia a costruirsi la fama di micidiale cannoniere grazie a quella partita: contro l’Udinese, il portiere Lodolo viene fulminato da Levratto da fuori area: il portiere si girò per raccogliere il pallone in rete, ma non lo trovò, rimanendo sbigottito con la bocca spalancata. La sfera aveva squarciato la rete ed aveva terminato la sua corsa sbattendo sulla torre posta dietro la porta friulana. Un episodio che regalò al vadese la popolarità, destinato a non rimanere isolato.



A notarlo per prima fu la Juventus: il tecnico Karoly rimase letteralmente elettrizzato dall’attaccante ligure, tanto che convinse i dirigenti a richiederlo al Vado per una tournée in Germania. Le quattro gare giocate da Levratto convinsero i torinesi, ma che nel frattempo non erano più i soli a volere il giocatore… nel frattempo, arrivò la convocazione in Nazionale per le Olimpiadi di Parigi 1924. Proprio durante i Giochi, nella gara contro il Lussemburgo, avvenne un altro episodio da leggenda: il portiere Bausch fu colpito al volto da una sua tremenda bordata e cadde a terra con la bocca sanguinante, tra il clamore del pubblico. Bausch si staccò un pezzetto di lingua con i denti durante l’azione e più tardi, vedendo avanzare di nuovo Levratto verso di sé, si coprì impaurito la faccia con le mani. A quel punto l’azzurro preferì non infierire calciando volontariamente sul fondo. Dopo le Olimpiadi, disputate da giocatore di seconda divisione, i tempi diventarono maturi per il grande salto.

In quel periodo Levratto stava svolgendo il servizio militare a Torino. Lo volevano sia la Juventus che il Genoa, che arrivarono ai ferri corti per assicurarselo: il giocatore fece l’errore di firmare due cartellini, venne squalificato e trasferito alla caserma di Verona. E proprio nel club gialloblu disputò così il campionato 1924-25. Con la casacca del club veneto disputò un’ottima stagione, segnando 15 reti in 20 partite. A fine torneo passò finalmente al Genoa. In sette stagioni in rossoblu Levratto mise a segno 84 gol in 188 gare. Nel 1928, alla sua seconda Olimpiade ad Amsterdam, si verificò un altro episodio che accrebbe la sua fama di “sfondareti“: a farne le spese fu il portiere spagnolo Jauregui, nella seconda gara contro gli iberici, ripetuta dopo il pareggio nella prima gara. Quella partita si concluse con un roboante 7-1 per gli azzurri e, neanche a dirlo, il nostro fu tra i migliori in campo con una doppietta.

Alla fine del torneo, l’Italia si assicurò la medaglia di bronzo. Destinata a rimanere, insieme alla citata Coppa Italia, l’unico alloro della carriera di Levratto. In quello stesso anno si concluse la sua esperienza in maglia azzurra, totalizzando 28 presenze ed 11 reti. Per sua sfortuna visse la parte migliore della parabola agonistica in giovane età, mancando così la possibilità di partecipare all’era dorata dell’Italia di Pozzo.



Infatti, il formidabile bomber di Carcare non riuscì mai a vincere l’agognato tricolore: non vi riuscì con il Genoa e poi neanche con l’Ambrosiana-Inter e la Lazio. Appese le scarpe al chiodo dopo aver vestito i colori di Savona, Stabia e Cavese, svolgendo nei primi due casi il ruolo di allenatore-giocatore. In panchina ha guidato poi Colleferro, il Savona in altre due occasioni, Messina, Arsenale Messina e Lecce. Lo scudetto, sempre sfuggitogli da atleta, lo conquistò da vice di Fulvio Bernardini con la Fiorentina nel 1956. Lasciata la squadra viola nel 1958, visse le ultime esperienze con Finale Ligure e Cuneo.

Nel 1959 il Quartetto Cetra lo citò all’interno della canzone “Che centrattacco!!!“:

“Oh oh oh oh che centrattacco! / Oh oh oh oh tu sei un cerbiatto! / Sei meglio di Levratto, ogni tiro va nel sacco, oh oh oh che centrattacco!“.

Le gesta sportive di un altro grande mancino degli anni Sessanta e Settanta, Gigi Riva, ricordarono in molti appassionati le imprese di Levratto: stesso fisico solido, stesso piede di calcio, stessa potenza devastante.



Virgilio Felice Levratto morì all’Ospedale Civico San Paolo di Savona il 30 giugno 1968. L’anno dopo la sua scomparsa venne istituito un torneo calcistico in sua memoria, che dal 1980 diventò internazionale, riservato ai giovani calciatori. La figlia Maria Angela pubblicò nel 1997 il libro “Felice Levratto: storia di un mitico campione che sfondava le reti“. Nel 2014, il comune di nascita ha inaugurato una targa commemorativa posta sulla casa natìa del calciatore, in Via Garibaldi.

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