Wilfried Van Moer (1945-2021), storia di un piccolo generale

Martedì, a causa di un’emorragia cerebrale, è scomparso a 76 anni uno dei giocatori più emblematici nella storia del calcio belga: Wilfried Van Moer. Le sue tre vite nel calcio lo hanno visto passare da talento di grido ad anziano campione ritrovato, fino al pallone seguito solo come tifoso negli ultimi anni. Ripercorriamo la storia de Le Petit Général.

Nato a Beveren nel 1945, Wilfried Van Moer entra nel club più importante della sua città natale a 14 anni. Il debutto in prima squadra avviene cinque anni più tardi: le sue qualità si manifestano in brevissimo tempo. Centrocampista centrale di grande intelligenza tattica, abilissimo nel recupero palla e capace di concludere a rete con disinvoltura, Van Moer emerge nonostante i 168 centimetri d’altezza, che gli fruttano il soprannome Le Petit Général (il piccolo generale). Dopo una sola stagione passa all’Anversa e riceve la prima convocazione in Nazionale nell’ottobre ’66, in occasione della gara contro la Svizzera. Il ragazzo originario delle Fiandre brucia le tappe velocemente.

Già nel 1966 viene eletto per la prima volta calciatore belga dell’anno. Viene acquistato dallo Standard Liegi per 6 milioni di franchi nel 1968, cifra record del Paese. Insieme a compagni del valore di Dewalque, Jeck, Thissen, Nagy e il tedesco Kostedde, il nostro risulta decisivo per la tripletta consecutiva dei biancorossi in campionato dal ’69 al ’71: “Kitchie” Van Moer porta a casa nel frattempo altri due titoli di giocatore dell’anno e la partecipazione alla Coppa del Mondo in Messico, dove realizza una doppietta nel 3-0 contro El Salvador (foto in basso, nella raccolta di figurine Panini della Rimet ’70). Senza mezzi termini, il centrocampista di Beveren è in quel momento l’uomo più in vista del calcio in Belgio insieme a Paul Van Himst. Nel 1971 arriva 18° nella graduatoria del Pallone d’Oro.

Qualcosa sta però per accadere. Sabato 13 maggio 1972: il Belgio affronta a Parc Astrid l’Italia, nel ritorno dei quarti verso la fase finale dell’Europeo. Al 23° minuto è proprio Van Moer a infilare Albertosi, portando in vantaggio (di testa!) i Diavoli Rossi. Ma sul finale di prima frazione, un contrasto con l’avversario azzurro Mario Bertini si risolve nel peggiore dei modi per il giocatore dello Standard: riporta la frattura del perone della gamba destra. Negli spogliatoi, un rabbuiato belga afferma che “il fallo è stato un po’ cattivo, perché sono stato colpito a palla lontana” (La Stampa, 14 maggio 1972). Nell’immediato, l’incidente lo priva della partecipazione all’Europeo casalingo. In realtà, rappresenta anche lo spartiacque della sua carriera a 27 anni.

Ritornerà in campo con la Nazionale a novembre, sommando altri otto gettoni fino al match con l’Olanda nell’aprile ’75. Altri guai fisici e forse l’idea di un declino avviato lo allontanano dal grande calcio. Nel 1976 lascia lo Standard dopo otto stagioni e firma per il modesto Beringen, sodalizio di prima divisione perennemente in cerca di salvare la categoria. La parabola di Van Moer sembra avviata al tramonto: invece il campione rinasce e si rivela la pietra angolare del piccolo club, rispolverando un talento cristallino impreziosito dalla maturità. Tanto che “qualcuno” si ricorda di lui…

Nell’ottobre 1979 la Nazionale belga è in un momento delicato durante le qualificazioni per l’Europeo ’80. Occorrono talento, intelligenza, ordine. Così il selezionatore Guy Thys non si fa scrupoli a richiamare il 34enne Van Moer, a quattro anni e mezzo dall’ultima presenza. Le cose cambiano, eccome: il nostro si rivela fondamentale contro il Portogallo e nel doppio confronto con la Scozia, contribuendo alla grande al pass per la rassegna in terra italiana. Dove le 35 primavere saranno solo un dettaglio. Stempiato ma dai capelli lunghi e disordinati ai lati del capo, polsino al braccio destro e numero 8 sulle spalle, Adidas ai piedi: Wilfried Van Moer è la vera stella di Euro ’80 (foto in basso), nel Belgio che si arrende solo in finale – miglior risultato nella storia della rappresentativa – alla Germania Ovest. Chi l’avrebbe mai detto? Per il vecchio campione è un autentico riscatto, nobilitato dal 4° posto nel Pallone d’Oro di quell’anno.

Dopo l’Europeo ritorna al Beveren e la scia di quel ritorno clamoroso dura per un altro biennio. Arriva la partecipazione al Mundial spagnolo del 1982 (foto di copertina), dodici anni dopo Messico ’70, sebbene la concorrenza delle nuove leve stia già premendo. Chiude con 57 presenze e 9 reti con la maglia del Belgio, termina la carriera dopo due campionati nel Sint-Truiden. Diventa allenatore, raggiungendo il vecchio compagno di Nazionale Van Himst sulla panchina dei Diavoli Rossi. Ne prende il posto come C.T. per pochi mesi nel 1996, una parentesi poco fortunata dopo cui viene sollevato dall’incarico: a 51 anni decide allora di abbandonare attivamente il calcio, restando un fervido tifoso dello Standard e osservatore del pallone. La morte sopraggiunge martedì 24 agosto a Leuven, a 76 anni, per un’emorragia cerebrale. Gli omaggi del calcio belga (foto in basso, l’omaggio dei tifosi dello Standard allo stadio Sclessin)disegnano una linea univoca e ricca. Il ritratto più significativo è stato quello riservatogli dall’ex portiere Philippe Vande Walle: “Ho avuto l’onore di lavorare con una leggenda del calcio belga. Il talento, unito alla sua modestia, hanno fatto di lui un grande uomo“.

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