Ci sono sempre stati nella storia del calcio dei protagonisti capaci di distinguersi per una o più caratteristiche particolari. Non si trattava magari di fuoriclasse, ma di buoni giocatori in grado comunque di lasciare un segno indelebile. Annibale Frossi rientra benissimo in questa categoria.

Annibale Frossi nasce a Muzzana del Turgnano (Udine) il 6 agosto 1911. Inizia a giocare a calcio seriamente nonostante una miopia lo costringa a non separarsi mai dai suoi occhiali: questa è la prima caratteristica che contribuisce alla sua popolarità (foto in basso, in un’immagine giovanile). Frossi è un’ala destra veloce ed opportunista, non un colosso dal punto di vista fisico e logicamente penalizzato nel gioco aereo dagli occhiali, che durante le partite tiene ben legati al capo grazie ad un elastico.

La sua prima maglia è quella dell’Udinese (foto in basso, primo accosciato da destra nel 1930-31), con cui conquista la Serie B nel 1930. Nonostante non risulti molto prolifico, si fa valere in attacco e cattura comunque l’occhio di tanti addetti ai lavori. Lo acquista il Padova, sempre in cadetteria. Con la casacca dei biancoscudati Frossi gioca due stagioni, restando poi sempre in B prima al Bari (12 reti, durante il servizio di leva) e poi ancora al Padova (14 reti). Il crescendo realizzativo gioca indubbiamente a suo favore ma, paradossalmente, è in una piazza meno conosciuta che Frossi fa partire il capitolo più bello ed inaspettato.



Nel campionato di Serie B 1935-36 Annibale Frossi sta per partire per la Guerra d’Etiopia, in quanto caporal maggiore di fanteria (foto in basso). Mentre si trova a bordo della nave “Saturnia” a Napoli viene fatto sbarcare a L’Aquila dal gerarca fascista Serena (aquilano ed ex presidente della squadra di calcio cittadina): vuole far giocare Frossi nell’Aquila, con l’intento di provare la scalata alla Serie A. In questo modo l’attaccante udinese arriva in Abruzzo, ma non riesce a trascinare il club alla promozione pur segnando 9 reti.

Da giocatore aquilano viene scovato da Vittorio Pozzo, C.T. della Nazionale italiana, che sta reclutando giocatori digiuni di calcio internazionale ed universitari per le Olimpiadi di Berlino 1936. Frossi era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza. L’avventura a cinque cerchi si rivela decisiva per farlo entrare nella storia: a Berlino segna in tutte e 4 le partite, per un totale di 7 reti, tra cui una tripletta al Giappone e la doppietta in finale contro l’Austria che porta l’oro olimpico all’Italia. L’attaccante friulano diventa molto popolare e si guadagna la chiamata dell’Inter, che ai tempi del fascismo era diventata Ambrosiana (foto in basso, in azione con la maglia nerazzurra).

Il trasferimento a Milano ed il buon periodo di forma però non gli spalancano le porte della Nazionale “vera”: Pozzo lo convoca solo un anno dopo il successo olimpico per il suo ultimo gettone azzurro, in cui peraltro segna ancora. Il selezionatore decide di puntare su Pasinati della Triestina, destinato a diventare iridato nel 1938. Per Frossi le 8 reti in 5 partite, in cui va sempre a segno, rappresentano un notevole exploit realizzativo nella storia della Nazionale (foto in basso, primo accosciato da sinistra).



Conclude la sua esperienza nella Milano nerazzurra alla fine del torneo 1941-42, con in bacheca due campionati vinti (1938 e 1940) inframmezzati dalla conquista della Coppa Italia 1939. Ritorna in Serie B alla Pro Patria, prima di chiudere con l’agonismo a Como: nel Torneo Benefico Lombardo 1944-45, organizzato durante la Seconda Guerra Mondiale tra le più importanti squadre regionali (più i piemontesi del Novara), Frossi contribuisce con 5 presenze e 2 reti alla vittoria finale e poi si ritira. Si laurea con la tesi “Liceità giuridico-penale delle lesioni negli incontri di calcio”.

Già l’anno dopo la fine dell’attività, in seguito ad un breve periodo come impiegato all’Alfa Romeo, Frossi inizia ad allenare nel Luino in Serie C. Transita poi al Mortara ed al Monza, con cui vince il campionato di C 1950-51. Tra il 1954 ed il 1956 guida il Torino in massima serie, con un 10° ed un 11° posto. Ritorna quindi all’Inter, dapprima come Direttore Tecnico affiancando Ferrero, poi sostituendolo. Si trasferisce poi al Genoa, per due tornei intervallati da una parentesi al Napoli. Viene considerato tra i principali promotori del Catenaccio in Italia, nonostante i suoi trascorsi da attaccante, facendo del 5-4-1 il suo credo tattico. Nel massimo campionato 1962-63 conduce il Modena alla salvezza. Le ultime esperienze nel mondo del calcio sono alla Triestina nelle stagioni 1964-65 e 1965-66, prima da allenatore e poi come Direttore Tecnico.

Abbandonato ogni ruolo nel calcio attivo, diventa attento osservatore delle vicende calcistiche scrivendo per “Il Corriere della Sera” e “La Stampa”, commentando spesso le principali partite di Serie A negli anni ’70. L’occhialuto “Dottor Sottile” scompare a Milano il 26 febbraio 1999.

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