Gianluigi Lentini, un vero peccato

Non fosse stato per quella stupida imprudenza, fortunatamente non fatale, forse oggi avremmo potuto raccontare un’altra storia. Una bella storia: compiuta, non solo iniziata e poi rattoppata con i se e con i ma. Gianluigi Lentini era un campione. Un vero peccato sia andata così.

Gianluigi Lentini nasce a Carmagnola (Torino) il 27 marzo 1969. Fisico longilineo, solido e asciutto, fa parte della nidiata di qualità uscita dal vivaio del Torino alla fine degli anni Ottanta: con lui, anche Diego Fuser, tra i migliori centrocampisti italiani del decennio successivo ed amico di Lentini. Debutta in massima serie il 23 novembre 1986 in Brescia-Torino 2-0. Nelle prime due stagioni in maglia Toro, scende in campo 11 volte in ciascuna di esse. Nell’estate del 1988 viene inviato in prestito, come prima si diceva “a farsi le ossa”, all’Ancona in cadetteria. Un’annata fondamentale, che lo vede titolare con 37 presenze e 4 reti. Il Torino, soddisfatto del suo rendimento, lo riabbraccia per lanciarlo definitivamente.

Nel campionato 1989-90 il Torino è appena retrocesso in Serie B e vuole prontamente risalire la china. Si affida anche a Lentini che, da ala ambidestra e funambolica, si rivela tra i protagonisti stagionali con 6 gol. Il Toro riconquista subito la A: si arriva quindi all’annata 1990-91, decisiva per la carriera dell’attaccante di Carmagnola. Veloce, potente, fisico atletico e capelli lunghi, Gigi Lentini imperversa sulla fascia ed esplode in tutta la sua freschezza. Tanto che, durante quel suo primo torneo nel massimo campionato, arriva la chiamata di Azeglio Vicini in Nazionale (foto in basso): la sua prima partita è datata 13 febbraio 1991, nell’amichevole con il Belgio a Terni. In quel 1991 vince la Mitropa Cup con il Torino. Anche nella stagione seguente il suo rendimento si mantiene su alti livelli, che gli permette di confermarsi in pianta stabile nel giro azzurro e tra le più note più liete del dopo Italia ’90. Sta per arrivare un’estate rovente, per lui e per il calciomercato.



Inutile dire come, nell’estate del 1992, Gianluigi Lentini venga riconosciuto quale l’uomo d’oro del mercato. A lui si interessa fortemente Silvio Berlusconi, patron del Milan. Il quale, addirittura, lo fa salire a bordo del proprio elicottero per convincere il giocatore a lasciare Torino ed il Toro. Al primo no del calciatore, segue un secondo colloquio “ad alta quota”. Berlusconi infine convince Lentini, e ne acquista il cartellino per una cifra pazzesca: 18 miliardi e mezzo di lire, con un ingaggio di 4 miliardi garantito all’attaccante. In quel momento, Lentini diventa il più costoso calciatore di sempre. Un’etichetta scomoda. Un’attenzione mediatica eccessiva. Il talento di Carmagnola rischia di perdersi già in quel momento, forse a causa della sua natura tranquilla e poco avvezza ai protagonismi.

L’avventura di Lentini in maglia rossonera (foto di copertina) si rivela da subito vincente, con la conquista della Supercoppa Italiana e dello scudetto. Resta l’amarezza per la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro il Marsiglia. Tuttavia, la prima stagione a Milano porta un bilancio più che positivo. Anche con il nuovo C.T. della Nazionale Arrigo Sacchi Gigi si mantiene all’interno della rosa azzurra, prendendo parte anche alle prime partite delle qualificazioni per USA ’94. Insomma, Gianluigi Lentini in quel 1993 è un campione di 24 anni prossimo alla consacrazione internazionale. Un personaggio di primissimo piano ed un valore aggiunto per il calcio italiano.

La notte tra il 2 ed il 3 agosto 1993, poche ore dopo essere sceso in campo con il Milan per il centenario del Genoa, Lentini sta percorrendo l’Autostrada Torino-Piacenza a bordo della sua potente Porsche Carrera 3600. Subisce una foratura ed è costretto a proseguire con il “ruotino” di scorta. Ma, ignaro che per motivi di sicurezza dovesse mantenere una velocità ridotta, spinge l’acceleratore fino ai 200 km orari. Perde il controllo dell’auto, sbanda e attraversa tutta la carreggiata finendo contro una rete, al bordo di una scarpata. Riesce ad uscire dalle lamiere della macchina prima che questa prenda fuoco (foto in basso). Lentini ha sbattuto violentemente il capo e giace incosciente a terra. Viene salvato da un camionista di passaggio, Gianfranco Professione. Lentini se la cava miracolosamente con un forte trauma cranico, una frattura orbitale e qualche acciacco di lieve entità. Di fatto però, nonostante i danni fisici sembrino poco rilevanti, quel giorno Gigi attraversa lo spartiacque della sua vita, non solo sportiva. Tra le persone che per prime si recano in ospedale per sincerarsi delle sue condizioni, anche Rita Bonaccorso, da poco separatasi da Salvatore “Totò” Schillaci e da cui Lentini si stava recando prima dell’incidente. Gossip inutile che si intreccia ad una vicenda poco piacevole, in cui un ragazzo di 24 anni ha rischiato seriamente di perdere la vita. Soldi facili, macchine sportive e velocissime, l’imprudenza di una leggerezza al volante finita tutto sommato bene: tutti argomenti che innescano per giorni polemiche sui media. Giorni in cui la carriera di Lentini inizia a sprofondare.



Il forte trauma al capo subito nell’incidente provoca al calciatore difficoltà nel linguaggio, che fortunatamente supera. Ritorna in campo, anche su buoni livelli. Ma sembra si sia perso irrimediabilmente il Lentini campione in quella notte, per lasciare spazio ad una copia sbiadita di quel cavallo di razza che imperversava sulla fascia. Con il Milan conquista altri due scudetti, la Champions League 1994 e 3 Supercoppe Italiane. Nell’estate 1996 i rossoneri lo cedono all’Atalanta: è l’addio al grande calcio. Una buona stagione a Bergamo gli regala la soddisfazione dell’ultima maglia azzurra, contro la Bosnia a Sarajevo. Chiude con 13 presenze totali.

Va bene, Gigi forse ha perso un po’ di smalto. Ma resta ancora un buon giocatore e lo dimostra rivestendo ancora la casacca del Torino, che dalla Serie B ritorna in A grazie anche al suo apporto. Indossa la fascia di capitano. Nel 2000 passa al Cosenza, per un quadriennio che lo vede scendere fino ai Dilettanti. A 35 anni, nel 2004, accetta di giocare nel Canelli, dove spopola tra D ed Eccellenza. Chiude con il calcio giocato nel 2012 in Promozione, con la maglia del suo paese natale, il Carmagnola.

Tornato a vivere nella sua cittadina, gestisce con alcuni amici un circolo di biliardo, il “Green Club”. Si gode la maturità in modo sereno, lontano dai clamori e dalle luci della ribalta. Il figlio Nicholas, classe 1996, milita nello Sporting Bellinzago in Serie D come portiere.

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