Archivi tag: Serie A

Giuseppe Brizi (1942-2022), simbolo maceratese di Firenze

La scomparsa a 80 anni di uno dei protagonisti dello scudetto ’69 della Fiorentina: Giuseppe Brizi. Maceratese classe 1942, compose con Ugo Ferrante la cerniera difensiva della Viola tricolore di Pesaola.

Ultimo dei tre figli di Guglielmo (imprenditore edile) e di Iva, casalinga, Giuseppe Brizi (terzo in piedi da sinistra nella foto di copertina, con la Fiorentina 1970-71) nasce a Macerata il 19 marzo 1942. Scopre il calcio nella sua città natale presso i Salesiani (“Il sacerdote Ubaldo Paciaroni intuì che avrei potuto fare carriera nel calcio. Mi regalò un buono per acquistare le mie prime scarpette“, dichiarò) e viene accolto dalla Robur e poi dalla Maceratese, che all’epoca milita in terza serie. Inizia come centrocampista e lì viene utilizzato anche nei primi assaggi con la casacca della Fiorentina, che lo ingaggia nel 1962. Ma è l’intuizione di Nils Liedholm, il quale lo arretra a stopper, che gli cambia la carriera.

Accanto a Ugo Ferrante, il cui posto di libero poi erediterà, “Pino” compone per anni la cerniera centrale difensiva della Viola, che nel campionato 1968-69 vince il secondo scudetto della sua storia. Un giocatore molto corretto espulso una sola volta, per proteste, contro la Sampdoria. “Eravamo una squadra giovane, che nel corso del campionato acquisì consapevolezza nei propri mezzi, grazie all’aiuto del Petisso Pesaola“, dichiarò a Il Tirreno meno di tre mesi fa, in occasione dell’80° compleanno e rievocando il tricolore.

Soffrivo la vivacità di Vinicio e Altafini, la grinta di Boninsegna. Con la Fiorentina non fu tutto rose e fiori: dopo lo scudetto, al momento del rinnovo, il presidente Baglini tolse l’orologio a cipolla dal taschino e mi disse ‘Hai 30 secondi per firmare‘. Non lo trovai un comportamento dignitoso, e nemmeno la cifra proposta. Perché De Sisti, Chiarugi e Merlo erano stati accontentati e gli altri no? Feci le valigie e tornai a casa. Fu il vicepresidente Ugolini che mi chiamò poi dicendomi: ‘Torna, la cifra che manca la metto io“.

Questo il rapporto con gli allenatori: “Rocco mi teneva in considerazione, facendomi sentire orgoglioso. Ho avuto difficoltà solo con Mazzone. Arrivavo da un infortunio e il Mister mi mise in panchina senza tante spiegazioni. Un cronista mi chiese il motivo dell’esclusione e io spiegai che si trattava di una decisione dell’allenatore. Mazzone, al primo allenamento utile, si scagliò contro di me: aveva interpretato male le mie parole. Cercai il dialogo, però il rapporto non si ricucì. A 34 anni fui costretto a lasciare Firenze e a tornare a Macerata, dove tutto era iniziato“.

Gioca l’ultima stagione nel 1976-77 alla Maceratese, società che in seguito allenerà in due periodi. Alcuni trofei con la Fiorentina in bacheca – oltre allo scudetto ’69 due Coppe Italia, una di Lega Italo-Inglese e una Mitropa – ma purtroppo mai la soddisfazione della maglia azzurra della Nazionale maggiore. Nel settembre 1963 aveva vinto i Giochi del Mediterraneo a Napoli. Appena due reti in carriera: all’esordio in A contro la SPAL e ben otto anni dopo nella gara con l’Inter del 1971. Nella foto in alto, è in compagnia del celebre dirigente Artemio Franchi.

Sposato con Maddalena e padre di Gianluca e Michela, è nella storia della Fiorentina quale secondo più presente in gare ufficiali (374) dietro Giancarlo Antognoni. Vinto da problemi di salute, Brizi è scomparso ieri all’Ospedale di Macerata: è stato il figlio Gianluca a darne notizia su Facebook.

(Pubblicato il 10 giugno 2022 | MondoSportivo.it | Link originale)

Il triste tramonto di József Bánás

Giocatore e poi allenatore apolide di origini ungheresi, József Bánás legò per mezzo secolo la propria esistenza all’Italia e al calcio del Belpaese. Ripercorriamone la storia e, soprattutto, l’ultimo travagliato periodo della sua vita.

Nato a Cifer (cittadina situata nell’odierna Slovacchia) nel 1894, Bánás si trasferisce in tenera età in Ungheria con la famiglia e qui scopre il pallone. Entra nel Ferencvaros nemmeno ventenne e poi passa al Vasas. Incontra come suo allenatore a Budapest l’inglese Hogan, da cui apprenderà tantissime nozioni che metterà da parte per il futuro. Infine compie il viaggio a ritroso verso la Cecoslovacchia, per indossare i colori del Teplice. Arriviamo al 1924: il nostro protagonista ha 30 anni, in età considerata vicina al tramonto per un calciatore.

Invece accetta la chiamata del Milan e in rossonero milita due campionati, giostrando come centromediano, vedendo interrotta la carriera da un infortunio. Ma Bánás, soprannominato nel frattempo Giuseppe, porta i suoi insegnamenti in Italia sulle tecniche e tattiche calcistiche acquisite in terra magiara, come tantissimi altri uomini di calcio. Si forma così una nutrita scuola ungherese tra gli allenatori professionistici, in Serie A e B. Il nostro si distingue per la qualità sulla parte atletica nella preparazione dei calciatori.

Allena in varie categorie per trent’anni, guidando anche Milan, Padova e Cremonese: vincerà un campionato di Serie C e uno Dilettanti. Ha il merito di aver scoperto Ezio Loik e Valentino Mazzola (foto in basso), colonne d’oro del Grande Torino.

Alla fine degli anni Cinquanta viene richiamato dai rossoneri per prendersi cura dei giovani, e qui forma i futuri nazionali Salvadore, Radice, Trapattoni e Trebbi. Lascia il pallone all’inizio degli anni Settanta, senza sapere che un nemico subdolo fosse già pronto a colpirlo severamente. E qui entra in scena l’ultimo periodo della vita di József Bánás.

Nell’aprile del 1966 scompare da casa per quasi un giorno e mezzo. L’ex allenatore, ormai 72enne, aveva deciso di fare una passeggiata a Milano dove risiedeva: era solito osservare le partite di calcio di periferia tra ragazzi, dopo essere uscito dal suo mondo pallonaro, anche se ogni tanto continuava a seguire il Milan allo stadio. Il suo mancato rientro e la diagnosi di arteriosclerosi allarmano la moglie Margherita Svoboda, il 25enne figlio Pietro e le autorità, che fortunatamente lo rintracciano dopo 35 ore. Era stato colpito da amnesia e non ricordava più la strada di casa.

I familiari, temendo un evento spiacevole, avevano inserito dei bigliettini con nome e indirizzo nelle tasche di József, per facilitarne il ritorno a casa. Viene rinvenuto vicino allo stadio San Siro – in via Montichiari – e ricoverato in ospedale (nella foto in alto de Il Corriere della Sera del 13 aprile 1966, con il figlio dopo il ritrovamento). Dotato da decenni di bastone, per la frattura al femore destro non risolta che già lo aveva costretto al ritiro agonistico, torna a casa. La moglie Margherita dichiarò: “È tornato a casa stanco, affamato. Era troppo sfinito per raccontarmi dove fosse stato. Forse non se lo ricorda nemmeno. Ora per un po’ di tempo non lo faremo più uscire di casa da solo“. L’allenatore apolide muore ad Arona (Novara) il 3 marzo 1973, all’età di 79 anni. 

(Pubblicato l’11 luglio 2022 | MondoSportivo.it | Link originale)