Oggi come allora, poche cose provocano paura quanto la diversità. Diversità di origini, razza, posizione sociale ed orientamento sessuale. Tutti fattori meglio assorbiti dal progresso e dal mondo attuale, soprattutto grazie ad una maggiore consapevolezza del prossimo. In tutte le sue sfaccettature. Ma per un calciatore inglese in auge nei primi anni Ottanta, dalla pelle nera e dai chiacchierati costumi carnali, quella diversità divenne un macigno pesantissimo. Anzi, fatale. Questa è la storia di Justin Fashanu.

Justinus Soni Fashanu nacque a Londra, nel borgo di Hackney, il 19 febbraio 1961. Figlio di un importante avvocato nigeriano di stanza in Inghilterra e di un’infermiera della Guyana, è il fratello maggiore di John. I due piccoli Fashanu hanno una differenza d’età inferiore ai due anni. In seguito alla separazione dei genitori, vengono presi in custodia da un istituto. Quando i piccoli hanno rispettivamente sei e quattro anni si trasferiscono a Shropham (Norfolk), passano in affidamento ai coniugi Alf e Betty Jackson.

Justin si avvicina allo sport rapidamente, dapprima mostrando ottime doti nel pugilato. Il pallone soppiantò ben presto sacco e guantoni, portando il ragazzo ad entrare nei ranghi del Norwich City (foto di copertina). Nel dicembre 1978 diventa professionista, debuttando in campionato nel mese successivo contro il West Bromwich Albion. Il novellino mostra di saperci fare, eccome: timbra spesso e volentieri il tabellino dei marcatori, a volte in modo spettacolare. Si guadagna anche sei presenze nell’Under 21 inglese, totalizzando 35 reti in 90 gare di campionato con i gialloverdi. Insomma, Justin Fashanu entra stabilmente tra i migliori giovani del calcio britannico.

In Inghilterra quello è un periodo storico – a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta – in cui i calciatori dalla pelle nera cominciano ad affacciarsi ad alto livello, creando ammirazione e curiosità. Insieme a Fashanu, si affermano Viv Anderson, Cyrille Regis, John Barnes, Luther Blissett. Le sue ottime prestazioni nel Norwich scatenano l’interesse di vari club. In due brevi periodi viene inviato in prestito in Australia, all’Adelaide City. Nell’agosto 1981 diventa il primo calciatore inglese di colore ad essere valutato un milione di sterline: il manager del Nottingham Forest bicampione europeo Brian Clough sceglie Fashanu per sostituire Trevor Francis al centro dell’attacco. Nessuno lo sa ancora, ma quella che sembra essere l’alba di una grande carriera, si rivelerà per Fashanu l’inizio della discesa.

I rapporti tra tecnico e giocatore si rovinano in poco tempo. Clough viene infastidito dalle voci sempre più insistenti su Fashanu, riguardanti la frequentazione di locali gay ed il suo stile di vita generale. Quelli che prima erano solo rumours si rivelano informazioni fondate: Clough affronta l’attaccante e lo esclude dalla squadra, addirittura dagli allenamenti. Comportamenti evidentemente poco consoni ad un serio professionista, ma anche elementi discriminatori, portano Fashanu alla partenza da Nottingham. Destinazione Southampton, dove è appena andato via un certo Kevin Keegan. Eredità tutt’altro che semplice.

A causa di circostanze poco favorevoli, alcuni infortuni e vicissitudini, la parabola agonistica di Justin Fashanu intraprende i binari del nomadismo: nel corso degli anni ’80 e ’90 infila più maglie di quanti costumi potrebbe cambiare un trasformista. Notts County, Brighton, Los Angeles Heat, Edmonton Brickmen, Manchester City, West Ham, Leyton Orient, Hamilton Steelers, Southall, Toronto Blizzard, Leatherhead, Newcastle, Torquay, Airdrieonians, Trelleborg, Heart of Midlothian, Atlanta Ruckus e Miramar Rangers. Solo nel 1991 cambia casacca ben cinque volte: se non è un record… Ma nel frattempo, era accaduto qualcosa di molto particolare.

Fashanu rilasciò un’intervista al celebre tabloid The Sun (foto in basso) nell’ottobre 1990. Non un’intervista qualsiasi: dichiarò pubblicamente la propria omosessualità, menzionando altri particolari circa importanti frequentazioni. Il coming out confermò quelle indiscrezioni che per anni avevano accompagnato la sua avventura calcistica. Fu la prima “confessione” di uno sportivo popolare e provocò grande scompiglio, per usare un eufemismo. Ad ogni modo, la carriera di Justin subì – per sua stessa ammissione – pesanti ripercussioni, che forse rappresentano la causa dell’ infinito vagabondare da squadra a squadra, da realtà a realtà, probabilmente perché poco tollerato dall’ambiente: un ambiente che, così ci hanno sempre fatto credere, concepisce la figura esclusiva del maschio atleta virile e sciupafemmine.



Nel 1998, un giovane di diciassette anni denunciò Fashanu alla polizia, con l’accusa di averlo molestato sessualmente nel sonno, dopo una notte ad alto tasso alcolico, quindi contro la sua volontà. Considerando che nello stato americano del Maryland, in cui accadde il fatto, i rapporti omosessuali costituivano reato, per Fashanu le cose si misero subito male. L’ex calciatore venne interrogato e rilasciato. Nei giorni seguenti la polizia si recò al suo appartamento per notificargli un mandato d’arresto per violenza sessuale di secondo grado, aggressione di primo e secondo grado. Ma Justin aveva già lasciato gli States per tornare in patria.

La mattina del 3 maggio 1998 si recò in un centro benessere gay. Poi, il dramma: venne ritrovato senza vita in un garage, all’interno del quale si era introdotto ed aveva deciso di mettere fine ai suoi giorni, impiccandosi. Un angolo londinese isolato e deserto, nell’area di Shoreditch. Lasciò una lettera d’addio, in cui manifestò i timori di non ricevere un equo processo a causa della sua omosessualità, motivo per cui aveva lasciato gli Stati Uniti. Decise di uccidersi per non creare ulteriore imbarazzo ad amici e familiari. Justin Fashanu professava la sua innocenza, scrivendo che il rapporto con il ragazzo era stato consensuale. La polizia americana, che era venuta a conoscenza del suo ritorno in Inghilterra, aveva già chiesto l’estradizione. Per le accuse formulate nei suoi confronti, Fashanu avrebbe rischiato fino a venti anni di carcere.



Il fratello minore John (con lui nella foto in alto), che come Justin sfondò come calciatore – arrivando a vestire la maglia della Nazionale maggiore -, all’epoca del coming out nel 1990, criticò e ridimensionò le affermazioni del fratello. In seguito alla morte di Justin, dichiarò il suo dispiacere per quelle critiche. Nel 2012, durante un’intervista, John disse che il fratello non era omosessuale ma solo un uomo in cerca di attenzioni. Considerato un’icona gay nel mondo britannico, Justin Fashanu è ora ricordato grazie alla fondazione della Justin Fashanu All-Stars, squadra creata nell’ambito di una campagna contro l’omofobia nel calcio.

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